Nei primi giorni del febbraio scorso - sotto l’impareggiabile regia dell’Avvocato catanese Mimmo Azzia, Presidente di Sicilia Mondo e con la generosa ospitalità di Raffaele Lombardo allora Presidente della Provincia (cioè non ancora eletto in maniera quasi plebiscitaria governatore della Sicilia) - si svolse a Catania un importante Convegno con la partecipazione di tutte le Associazioni dei siciliani diffuse nel mondo. In quell’occasione è stata lanciata l’idea di una «Grande Sicilia», cioè di una realtà nuova allargata sia ai siciliani che sono andati via (circa 10 milioni), sia a quelli che vivono in Sicilia (5 milioni), sia a quelli che continuano ad approdare sulle sue coste. Si tratta di una idea che può essere fatta propria da tutte le Regioni italiane se è vero che dal 1870 al 1970 abbiamo avuto oltre 27 milioni di emigranti (pari cioè ad una nazione di media grandezza) e se è vero che in Regioni come la Calabria, l’Abruzzo, il Friuli ed il Veneto la nostra emigrazione ha toccato punte elevate in rapporto alla popolazione.
L’idea di assegnare una sorta di cittadinanza onoraria a tutti i siciliani sparsi nel mondo, mira, come troviamo scritto nel documento approvato a Catania, «a trasformare la Sicilia in una società aperta a coloro che hanno lasciato l’isola ed ai loro figli come siciliani a pieno titolo, cioè alla pari di quelli che vivono in Sicilia, non come destinatari ma come protagonisti della vita siciliana».
Certo, a differenza di altre Regioni, la Sicilia è sempre stata cementata da un mastice poderoso che porta il nome di “sicilianità”, cioè da un modo di essere e di pensare che, attraverso i secoli, ha tratto alimento da due precise circostanze storiche.
La prima riguarda il numero impressionante di invasioni subite dall’isola da parte di popoli stranieri a cominciare dai Cartaginesi, dai Greci e dai Romani, per continuare con i Bizantini, gli Arabi, i Vandali ed i Normanni e per finire con i Francesi, gli Spagnoli e i Piemontesi.
E non si è mai trattato di invasioni pacifiche o indolori, come ha dimostrato nei fatti la dominazione degli antichi Romani, il cui Propretore Carlo Licinio Verre amava sostenere, inaugurando una gloriosa tradizione, che tutte le razzie perpetrate a danno dell’isola scaturivano da una triplice impellente esigenza: per arricchire se stesso, per pagare gli avvocati difensori e per corrompere i giudici.
L’altra non meno decisiva circostanza storica riguarda il carattere biblico, cioè abnorme, dell’emigrazione siciliana. La quale dal 1881 al 1900 raggiunse il numero di 221 mila persone, di cui 113 mila; provenienti solo da Palermo e, negli anni successivi, su 3.672.000 abitanti (censimento del 1911), conobbe un esodo di oltre un milione di persone, cioè circa un terzo della popolazione. Se si calcola inoltre che il 72,7 % di costoro era allora formato da uomini soli ed il 15% da ragazzi sui l4-15 anni, è facile anche immaginare le conseguenze devastanti dello sradicamento subìto dagli emigranti siciliani quando, sospinti dalla disperazione e dalla fame, furono costretti ad approdare in ambienti ostili come erano all’inizio del secolo scorso, gli Stati Uniti e il Canada.
Sta di fatto che tutti i siciliani, o perché da secoli soggiogati da popoli stranieri o perché costretti a vivere in ambienti ostili, sono riusciti nel tempo ad esaltare al massimo la loro “sicilianità”, cioè ad elaborare un preciso codice morale basato su regole non scritte, ma ricco di parole-chiave, di espressioni tipiche e di ammiccamenti che nei secoli si è trasformato in uno strumento di difesa e che troviamo rappresentato in maniera esemplare nella prosa di scrittori come Pirandello o come Sciascia.
Nei mesi scorsi ha fatto scalpore la notizia dell’ex-Governatore della Sicilia, Totò Cuffaro, condannato in prima istanza per aver avvisato un amico che risultava intercettato dalla magistratura. Ma, senza vivere in Sicilia, è sufficiente attraversare le valli trentine o bergamasche per incontrare automobilisti che ti segnalano, con i lampeggiatori, l’esistenza, più in basso o più in alto, di un posto di blocco. Il che rappresenta, non già un avvertimento mafioso, ma una sorta di mutuo soccorso contro l’oppressione burocratica romana (in atto fin dai tempi di Verre) che da sempre taglieggia anche le nostre felici contrade e che nell’800 Cattaneo nostro descriveva, non senza ragione, come «vana, molesta e vagabonda».
Ecco perché se l’attuale Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, riuscisse a realizzare l’idea lanciata nello scorso febbraio da «Sicilia Mondo», non solo realizzerebbe un’iniziativa altamente meritoria, ma anche imitata da tutte le Regioni che nella loro storia hanno conosciuto la piaga dolorosa dell’emigrazione.
E tutto ciò, senza considerare il significato culturale e il ritorno in termini economici, cioè turistici, di una decisione del genere, cui va aggiunto l’apporto qualificante e creativo di tutti gli italiani che in ogni angolo della terra sono riusciti, con il loro ingegno ed il loro lavoro, a conquistare ruoli di grande responsabilità in ogni settore di attività.