E’ passato appena un mese ed è già calato il silenzio dell’oblio sulla Conferenza Mondiale dei giovani che ha visto a Roma 400 ragazzi provenienti da tutto il mondo con l’italianità nel cuore ed una gran voglia di raccontarsi e di conoscere nella terra dei padri.
E’ calato il sipario su un palcoscenico al quale è stata negata visibilità e dignità di evento storico da parte delle tv nazionali, assetate solo di ciò che fa audience e da una informazione della carta stampata in gran parte di proprietà o a noleggio, di potenti e potentati, interessati più che ad informare a manipolare la notizia in direzione di ben altri obiettivi. Spesso per distrarre da fatti che scottano.
A mente serena, il dopo Conferenza ci induce ad alcune riflessioni sui contatti avuti, sugli interventi ascoltati e sui documenti approvati per capire meglio quale è la domanda di fondo che esce dalla Conferenza, quali le priorità, quali le indicazioni che si possono cogliere come operatori del settore.
Ma anche come occasione, così come è nel nostro stile, per stimolare le Associazioni aderenti e chi ci legge, a dibattere i risultati della Conferenza con impressioni, commenti ed idee. Come antitodo al silenzio incombente.
Nel corso dei lavori, abbiamo incontrato ragazzi di prima, seconda ma anche di terza generazione, studenti plurilaureati, ricercatori, giovani che già lavorano. Molti non erano stati prima a Roma. Altri nati in Italia, rientrati per l’occasione.
Tutti ragazzi allegri, spigliati, con il sorriso negli occhi, interessatissimi ai lavori della Conferenza e con tanta voglia di raccontarsi, relazionare, conoscere, per vivere in pieno l’opportunità romana della Conferenza.
Sicuri di sé, concisi negli interventi, con idee chiare, hanno dato l’impressione di possedere autonomia e sicurezza culturale nelle loro riflessioni. In tutti largamente diffuso il sentimento di italianità ed il desiderio di essere chiamati e partecipare alle cose italiane. Con preoccupazioni di essere dimenticati culturalmente.
Molto meditate le riflessioni sulla identità italiana, sul modo di essere e di sentirsi italiani nelle società dove si vive, le motivazioni, l’orgoglio, l’appartenenza.
Hanno raccontato lo spaccato del loro vivere italiano. Ma hanno anche detto, con chiarezza, cosa vogliono che si faccia per costruire un rapporto serio con l’Italia.
Consideriamo positiva la Conferenza come evento e come fatto politico, anche se non ha avuto l’attenzione e la visibilità che meritava.
Abbiamo riletto i lavori delle Commissioni ed il documento finale. Esprimono tensione, maturità e motivo di riflessione.
Siamo convinti che queste generazioni di ragazzi, figli di una razza forte di italiani, che si è fatta da sé a gomitate, dovunque è andata, raggiungendo spesso posizioni di eccellenza, hanno tutti i numeri e le capacità per rappresentare e tenere viva la cultura e la lingua italiana nelle società dove vivono, cioè in un mondo sempre più piccolo dove la globalizzazione imperante punta alla concentrazione delle risorse economiche, culturali e della comunicazione, omologando ed appiattendo culture e civiltà.
Le generazioni che abbiamo incontrato a Roma rappresentano veramente una risorsa preziosa. L’Italia ha un grande bisogno di loro per la sua proiezione internazionale. Occorre ora non disperdere le indicazioni della Conferenza.
Abbiamo riletto i discorsi dei Presidenti della Repubblica, della Camera e del Senato, del Ministro degli Affari Esteri e degli uomini del Governo. Attendiamo ora di vedere se c’è volontà politica su quello che hanno detto o se i loro discorsi sono destinati a rimanere brani eccellenti di letteratura politica da archiviare agli atti.
E’ vero che il Paese è al centro di una crisi economica ma è anche vero che la domanda che viene dalle nuove generazioni di italiani all’estero è, in massima parte, di interazione sugli interessi e sui valori di italianità, beni certamente immateriali ma di altissimo significato.
Ci avvilisce la non politica del Governo su questo argomento. Non cogliere la domanda di partecipazione e di relazione chiesti dalla Conferenza dei giovani, significa rinunziare ad una risorsa dalle potenzialità incalcolabili a livello internazionale. Ed è cecità politica.